Milano Autunnale
di Paolo Marchesi
Milano in autunno è il meteo gestito dal giullare alla corte degli Sforza: fa cazzate, io esco in T-shirt in un sole che strizza l’occhio ai rigurgiti estivi e dopo un’ora entro in un bar e chiedo una cioccolata calda per non crepare assiderato.
Milano camaleontica finge ogni quarto d’ora di essere una stagione differente, si trasforma a ogni angolo, mentre i milanesi non le stanno dietro e arrancano con out fit tremendi tra piumini e infradito. Milano in un giorno qualunque tra il 20 settembre e il 20 ottobre all’improvviso non scherza più, manda in vacanza il burlone, prende il suo cappello coi campanellini, lo fa vorticare nel vento che scompiglia le chiome frondose degli alberi di c.so XXII Marzo, e decide che l’autunno è arrivato sul serio. Quando l’autunno è ufficiale, anche per le temperature, Milano se ne fotte del foliage del New England e fa una gara tutta sua, coi suoi parchi e il verde cittadino delle periferie che non lo diresti mai, ma sono le zone più green della città. A quel punto io posso solo assecondarla: sfreccio sul monopattino che in questo cazzo di venti-venti è diventato di moda ma io lo usavo già prima e immortalo la contraddizione di una stagione che per raccontare la morte s’inventa la più sfolgorante delle vite, perché vite è il plurale di vita, ma anche la vite che dà i grappoli raccolti proprio in questo periodo, e a Milano c’è ancora una vigna celeberrima, quella di Leonardo, con i filari originali e gli eventi fighi nelle sue stanze sontuose. E poi piove, piove a dirotto e il mucchio di foglie croccanti color ocra diventa una cosa deprimente e fangosa, ma io che amo le altezze dirigo lo sguardo verso un cielo rubato a un film horror, mi specchio nelle nuvole di pece e mi vedo per davvero, mi vedo sorridere complice con questa città così potente che ammalia già con le prime palline rosse e oro e le lucine invitanti di Natale. Il fragore di un tuono mi riempie le orecchie e il cuore balla la rumba al ritmo del ticchettio delle gocce su una serranda. Piove di traverso, allaga certe strade, esonda il Seveso, un mezzo nubifragio fa grondare i cani e scappare gli studenti, via via di corsa dopo le lezioni, giù come pazzi, sui gradini scivolosi della metropolitana, dove m’infilo pure io, oggi niente monopattino. Proteggo la macchina fotografica come un cucciolo tra le mie braccia, che nessuno mi urti, ed eccolo lì, il venditore di ombrellini senegalese, puntuale come l’Intercity da Zurigo, “non me ne faccio un cazzo di un ombrello, amico!” Ho il mio cappellino e poi scommetto che quando esco avrà già smesso.
E’ così, la pioggia ha lucidato la via, ma un sole colore limoncello sbiadito appare oltre la torre dell’Unicredit, in fondo non è neppure così freddo. Il caldarrostaro mi tenta con il primo cartoccio bollente, le mani si fanno nere, un bambino insiste a fare incursioni in una pozzanghera, mentre la madre è troppo presa dal suo cellulare per sgridarlo.
Milano in autunno è un cubo di Rubik con tre soli colori: grigio, arancione e il bianco della nebbia nei prati che ancora la circondano in diversi punti, giro le tessere del cubo clak clak, sono sempre stato una pippa con sto cazzo di giochino, fino a comporre la foto perfetta di una città dove l’autunno è una quinta stagione tutta sua.
