Stazione Centrale illuminata col Tricolore

Abbiamo parlato di strani giorni e di una guerra senza macerie, poi siamo andati oltre. Siamo approdati in una vita senza vita, una bolla triste di silenzio, impastata con le lacrime dei parenti delle vittime e il sudore del personale ospedaliero. Se l’ansia facesse rumore sarebbe quello dei miei passi che si dirigono verso la mia amata Stazione Centrale. Io, la mia macchina fotografica e il nulla dei minuti sgocciolati nell’umano esercizio della speranza che non possiamo perdere.

Sono spariti i cori ai balconi e quell’#andrà tutto bene risulta un po’ falso perché non può andare bene, qualcosa che è già andato malissimo.

L’edificio della Stazione, di solito contornato da quel tipico via vai che mette allegria e nostalgia insieme, oggi è un mausoleo al dolore e si staglia nel panorama illuminato con i colori della bandiera italiana: verde, come i prati così splendidi in questa primavera di paura; bianco, il colore dei camici, simbolo di igiene, emblema di lavarsi le mani e rosso, come la passione e il cuore di chi lotta ogni giorno contro il mostro.

Mi avvio sul tetto della Torre Turati per fotografare il tricolore dall’alto, intorno a me solo il suono delle sirene, la colonna sonora di un film che ognuno di noi sta vivendo con un ruolo da protagonista nell’intimo di un dramma personale, che diventa collettivo. Poi torno in strada, per una diversa prospettiva negli scatti, mi muovo avvolto nella disperazione densa del silenzio.

Tutto questo a livello emotivo potrebbe essere abbastanza, per iscrivere il momento nel mio calendario dei giorni più tragici che ho vissuto con il senso d’impotenza di fronte alla pandemia, la città stravolta, l’esistenza di ognuno appesa a una mascherina, la mancanza di un abbraccio e quel parlarsi attraverso uno schermo. A volte diventa insopportabile persino lo stare in casa in relax, quando due mesi fa il divano assumeva le dimensioni di un miraggio.

Poi l’inno nazionale irrompe come un tuono.

“Fratelli d’Italia…”

Come ai Mondiali di calcio, nelle parate, in tutte quelle manifestazioni annullate, le note che commuovono, le parole che dopo la prima strofa ricordiamo a stento, quel “Siam pronti alla morte” profetico che ci fa urlare “no, non sono pronto!” Non erano pronte le oltre 15 mila vittime italiane, a loro va il cordoglio di una nazione e questo momento di struggente poesia, tra le luci della Stazione e la musica.

Il brivido che mi percorre è un elettroshock, il segnale ancestrale di un coinvolgimento senza precedenti; fisso dritto la Stazione nei suoi occhi di finestroni, illuminata in questo modo per la prima volta in 90 anni, con l’Inno diffuso su tutta la piazza Duca D’Aosta.

“Dov’è la vittoria?”

“Dov’è? Dov’è?” Mi chiedo. Passerà questo Covid19. Forse il 31 dicembre brinderemo scacciando questo primo anno del secondo decennio del millennio così orribile, facendo un sacco di casino vero. Forse potremo finalmente abbracciarci e grideremo per le strade, nei locali di nuovo pieni di vita, anche in questa piazza, però saremo di meno su questa terra e il dolore per le perdite lo porteremo nel 2021, nel 2022 e oltre.

Quello sarà per sempre.

Ph. Paolo Marchesi

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