Oggi in qualche modo sorprendo me stesso, e forse anche voi, con un'incursione, sotterranea mentre di solito preferisco l'elevazione. Ho infatti deciso di esplorare la metropolitana milanese nelle sue quattro linee, che si espandono come una ragnatela di colori scendendo anche molto in profondità su diversi livelli. Dalla più vecchia, la storica Rossa che si estende fino alla fiera di Rho e dall'altro capolinea a Sesto San Giovanni, fino alla nuova Lilla, dove, come se avessi sei anni, mi siedo davanti, godendomi la galleria che si snoda dal finestrone che ho di fronte. Il convoglio è privo di autista, e la cosa mi diverte parecchio perché vedo snodarsi quell'oscurità che amo e posso fotografare la voragine sinuosa da un punto privilegiato che le altre linee non consentono. Le portine di vetro che delimitano l'accesso ai binari sono un'altra sostanziale differenza: si aprono solo all'arrivo dei treni.
La caratteristica della Verde invece è che dopo la fermata di Cimiano esce allo scoperto verso Vimodrone, Cernusco, Gessate e incontra il cielo. L'effetto è notevole nelle giornate di sole e nelle ore di luce, ma è altrettanto suggestivo di sera, quando si passa dal buio dei tunnel a quello completamente diverso dell'ambiente naturale che conquista centimetri di tenebre fermata dopo fermata. Ogni stazione è un satellite della metropoli che polarizza l'umanità di chi ha scelto di vivere fuori stando in qualche modo dentro la città.
La linea Gialla è l'innovazione, la sua costruzione è terminata nel 2003, ha carrozze chiare con incomprensibili panchette verdi, non dovrebbero essere gialle?, tempi di attesa ridotti e incrocia la Rossa nel cuore di Milano: piazza Duomo.
Ovunque la metropolitana è un luogo di incontro, dove in realtà ci si sfiora senza veri contatti, se non quelli sussultori delle brusche frenate e delle corse per salire al volo prima della chiusura delle porte. E se in molti si danno appuntamento nel mezzanino, alla fine il dedalo inframmezzato da edicole, col suo pavimento a bottoni di gomma, è la sintesi perfetta della frenesia milanese fatta di veloci sguardi e identità perse che potremmo rincontrare altrove ma non riconosceremmo.
Sono in piedi, i continui avvisi mi ricordano di tenermi agli appositi sostegni, di fronte a me siedono un ragazzo e una ragazza approssimativamente poco più che ventenni, si somigliano molto, forse sono gemelli, hanno i capelli di quella particolarissima e rara sfumatura di rosso intenso, non carota, con gli occhi marroni, l'incarnato chiaro e le lentiggini, se fossi un ritrattista li sceglierei subito per i miei scatti. Ma la vera sorpresa è che quando ci fermiamo la femmina si alza e scende, senza salutare né dare neppure uno sguardo al maschio. Non si conoscono nemmeno, altro che gemelli! La metropolitana vive di istanti come questo, personalità sfuggenti e pensieri degli altri che possono immaginare mentre lo sferragliare del treno accarezza le elucubrazioni fantasiose.
Orari diversi, emozioni contrastanti, la sonnolenza della mattina, e la stanchezza della sera. Il vociare allegro degli studenti nel primo pomeriggio, il nero del loro abbigliamento, il fluo delle chiome di molte ragazze. Le signore retrò della domenica dopo pranzo, verso un teatro, o una pasticceria, impellicciate in inverno, gli sguardi sciolti a parlare con l'amica dei nipotini. Gli occhi sui cellulari, più raramente su un libro o una rivista. Gli occhi sui piedi, i passeggini che ingombrano, il musicista improvvisato dei Balcani, il tintinnio della moneta che cade per compassione. Il terzetto di archi che suona all'incrocio in Duomo tra la Gialla e la Rossa, forse hanno frequentato il conservatorio, sono bravissimi, elegantissimi, fuori contesto eppure perfettamente incastonati come un diamante nel giusto anello, perché soltanto qui possono suonare per un pubblico vastissimo.
Le scale scivolose di pioggia, l'odore forte del caffè nei barettini vicino alle obliteratrici, i tornelli scavalcati, le macchinette per l'acquisto dei biglietti, i venditori di ombrelli che appaiono all'improvviso con le prime gocce, manco avessero un sensore. La sporcizia negli angoli, le scritte dei vandali, la pubblicità panoramica. Il rumore di ferro che impedisce di mandare messaggi vocali e di ascoltarli, l'intimità di raccogliersi sul marmo in attesa di andare altrove, forse soltanto in ufficio.